di Carlo Rapicavoli –

L’iniziativa di alcuni Sindaci che annunciano, con grande fragore mediatico, di voler “disapplicare” il decreto sicurezza, che si aggiunge ad una serie purtroppo sempre più ampia e variegata di varie forme di presunta “disobbedienza civile” proliferate nel tempo, desta perplessità non tanto nel merito delle questioni poste quanto nella forma.

Il confronto politico, la critica, talvolta anche lo scontro dialettico, sono il sale della democrazia.

L’arbitraria disapplicazione della legge, sulla base di un soggettivo giudizio di giustizia, moralità o persino di costituzionalità della stessa – al di là delle ragioni più o meno condivisibili che la sostengono – diventa la negazione stessa dei principi di legalità costituzionale che si intenderebbero difendere.

Soprattutto se tale presunta “disobbedienza civile” proviene da chi rappresenta le istituzioni democratiche.

Sostenere tali iniziative, da qualunque parte esse provengano, legittima anarchia o “giustizia fai da te” incompatibili con il nostro ordinamento costituzionale, strutturato solidamente per garantire il rispetto dei principi fondamentali inderogabili su cui si fonda il patto sociale sancito nella nostra Costituzione.

Difendere e attuare pienamente i principi fondamentali, con le forme e nei limiti previsti dalla Costituzione, dunque non può che essere sempre l’obiettivo da perseguire, non promuovere arbitrariamente la violazione della legge.

Rispettare la Costituzione significa non solo evidenziare possibili elementi di contraddizione di leggi con essa, ma anche evitare di adottare comportamenti e decisioni che contrastino con le norme.

Non spetta al Sindaco decidere di sospendere l’applicazione di una legge se la ritiene incostituzionale, ma ricorrere all’autorità giudiziaria per chiedere che ne verifichi l’applicabilità e nel caso l’autorità giudiziaria ne investe la Corte costituzionale.

Sono fermamente convinto che la difesa dei valori costituzionali indefettibili debba necessariamente passare dal rispetto delle norme fondamentali del nostro ordinamento, senza cedere a derive ideologiche, in un senso o nell’altro.

Se ciascuno, ogni cittadino e, ancor di più, chi rappresenta le Istituzioni cede alla scelta – per quanto valide e condivisibili possano essere le ragioni – di derogare al rispetto dei principi e delle regole, si corre il rischio di legittimare ogni comportamento, in nome di una soggettiva valutazione di ciò che è lecito e ciò che non lo è, in base alle proprie pur legittime personali convinzioni politiche, etiche o ideologiche.

Le azioni politiche debbono basarsi su di un’etica delle conseguenze per la quale le buone intenzioni in nulla giustificano gli effetti negativi non voluti delle proprie azioni; se è vero che il decreto sicurezza può destare dubbi di costituzionalità in alcune parti altrettanti dubbi pone l’esercizio arbitrario del potere di disapplicazione della legge, senza passare dal vaglio della Consulta.

Mai come adesso, e sempre di più, il richiamo al rispetto della Costituzione deve essere sostanziale e non di convenienza.

Il richiamo al rispetto delle regole, contenuto da ultimo nel messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica, credo sia molto più efficace di qualunque possibile commento e dovrebbe essere per tutti un autentico punto di riferimento.

Se il rispetto della legge diventa terreno di scontro politico, quale elemento di ricerca del consenso, anziché salvaguardare il rispetto dei principi costituzionali, come si vorrebbe nelle intenzioni dichiarate, si mettono a rischio la tenuta stessa delle Istituzioni e gli stessi valori che si vorrebbero tutelare.