Gli Stati uniti d’Europa: ciò che non ci hanno detto

Monica Lasala

Le innumerevoli problematiche che le politiche nazionali sono chiamate ad affrontare hanno assunto da diverso tempo dimensioni sovranazionali.

Il cambiamento climatico, la criminalità organizzata, gli squilibri economico-finanziari, i grandi fenomeni migratori e, da ultimo, l’emergenza Covid-19 hanno dimostrato e dimostrano tuttora come i singoli Stati europei, con la loro sovranità intatta, non siano in grado di sostenere l’urto determinato dalla globalizzazione.

Dall’altro lato, l’Unione europea ha ampiamente e in molteplici occasioni deluso i propri cittadini, poiché non è mai stata davvero in grado di far fronte alle situazioni di emergenza. È intervenuta per lo più tardivamente, male e non coordinando l’azione dei vari governi, ma questo è ciò che accade quando si costruisce una politica europea a metà, quando si preferisce un’Unione inefficace e impotente, quando ci si ostina a permanere in una Federazione incompiuta.

Proprio così: la dichiarazione Schuman – che in pochi conoscono – tra l’altro un documento brevissimo di sole due pagine, non si limita a dar vita alla Ceca, ma chiarisce l’obiettivo finale del progetto europeo, ovvero non un processo che desse soltanto vita a comunità economiche tra stati sovrani bensì, progressivamente, la creazione di un’unione politica completa attraverso la nascita di una Federazione di stati. Questa fu l’idea che Jean Monnet consegnò nelle mani del ministro degli Esteri francese Schuman.

Nell’arco degli ultimi sessant’anni sono stati compiuti alcuni passi importanti verso tale obiettivo: la Commissione, il Parlamento europeo, la Corte di giustizia, la Banca centrale e l’Euro ne sono parte integrante.

Tuttavia il passo finale, quello di cedere definitivamente la sovranità, è ancora incompiuto, poiché gli Stati membri non si sono mai decisi in tal senso.

Una situazione paradossale questa: pur consapevoli dell’impossibilità di fronteggiare le dinamiche globali e, per questo, coscienti della necessità di creare una moneta unica, al tempo stesso gli Stati europei non si sono mai convinti della necessità di compiere anche il trasferimento di sovranità instaurando un vero e proprio governo economico comune. Conseguentemente, il potere è rimasto disperso tra i livelli nazionale e sovranazionale, non consentendo a nessuno dei due di poter essere esercitato in maniera efficace.

I più obiettano che per perseguire una politica europea comune, stante la diversità culturale e linguistica dei diversi Stati membri, sarebbe preferibile ed auspicabile una mera cooperazione tra stati.

Nessuna forma di cooperazione può consentire politiche efficaci laddove occorrerebbero: gli stati coinvolti nella cooperazione hanno senza dubbio alcuni interessi in comune che li spingono in questa direzione, ma gli interessi di nazioni diverse non possono coincidere in tutto. Se si tratta solo di una ragione contingente di breve durata – esemplificando, un’emergenza – allora una cooperazione temporanea fra stati sovrani può essere sufficiente, ma quando la ragione è più profonda, allora la cooperazione deve essere durevole, deve essere efficace e lo deve essere sempre.

Gli esempi che la storia ci offre in questo senso sono illuminanti. Basti pensare all’Onu: si tratta di un’associazione spontanea tra stati sovrani che lascia la soluzione delle crisi internazionali all’influenza fondamentalmente degli stati più forti politicamente e militarmente.

Purtroppo, lo stesso vale ad oggi per l’Unione europea, o quantomeno varrà fintanto che non si provvederà alla creazione definitiva degli Stati Uniti d’Europa.

In concreto, una federazione di stati non è altro che la tutela più auspicabile al momento per gli Stati membri: la sovranità è suddivisa, infatti, tra più livelli (centrale, nazionale, regionale e locale) e ad ogni livello di governo si attribuiscono competenze diverse, per garantire che ogni problema venga affrontato nel modo più corretto. In tal modo, ai differenti livelli di potere corrisponde specularmente una suddivisione delle risorse con un bilancio locale, uno nazionale ed uno centrale e, ovviamente, un’analoga ripartizione delle risorse finanziarie utili alle politiche corrispondenti.

Questo è il federalismo: un’ipotesi nella quale, in buona sostanza, ad ogni livello la sovranità popolare è adeguatamente rappresentata, affinché le decisioni prese siano legittimate in senso democratico attraverso sia un consiglio comunale eletto a livello locale, sia un Parlamento regionale, uno nazionale e, infine, uno federale.

A questo punto, un quesito sembra irrinunciabile: cosa ha spinto negli ultimi sessant’anni gli Stati europei a condividere porzioni sempre più importanti di sovranità? Perché questa scelta, se ancora non si è tradotta in una federazione compiuta?

Premesso che ciò è accaduto nonostante la volontà dei governi coinvolti – governi che si sono, con grande fatica e perplessità, progressivamente “piegati” alla logica dell’integrazione – evidentemente sono state le circostanze stesse in qualche modo ad “obbligarli”. Era manifesta, in effetti, e lo è ancor di più oggi, la consapevolezza che i problemi della politica unionale possano essere risolti solo in un’ottica europea.

Non ci resta che il federalismo, dunque: ora che lo sappiamo, basta solo volerlo fino in fondo.