di Carlo Rapicavoli –

Ci risiamo; non poteva essere diversamente.

Le larghe intese passano sempre per l’abolizione delle Province.

Il Presidente del Consiglio Letta, davanti al Parlamento, afferma: “bisogna abolire le Province!”.

Un tema che unisce, che fornisce alla politica un argomento forte per trovare un’intesa, per dimostrare con i fatti che si vuole davvero tagliare la politica.

Si tratta dell’anello debole della catena, reso tale da una campagna di disinformazione collettiva alimentata da molti, spesso priva di reali riscontri e verifiche.

Il tema dell’abolizione delle Province è diventato l’emblema – come scrive il prof. Guido Clemente – “di un diffuso ‘qualunquismo’, spiegabile (ma non giustificabile) con l’interesse a conservare soprattutto la credibilità degli esponenti politici agli occhi della opinione pubblica (alla cui informazione corretta, del resto, certo non contribuisce la stampa d’inchiesta, sebbene la funzione di questa sia indispensabile, e quindi meriti rispetto), e, per un altro, di una scarsissima conoscenza dei problemi sottesi alla richiesta di abolizione, sia sotto il profilo giuridico, sia sul piano sostanziale”.

Da anni ormai si discute di immaginifici risparmi che deriverebbero dall’abolizione delle Province, in realtà mai quantificati, neanche dall’ultima relazione sulla spending review del Ministro Giarda del marzo scorso.

Una stima molto ottimistica realizzata dall’Istituto Bruno Leoni giunge a regime a quantificare un risparmio massimo di 1,87 miliardi derivante dal taglio degli organi politici e dei cosiddetti costi di amministrazione e controllo quindi non certo i 12 miliardi di cui tanto si è fantasticato grazie alle superficialità diffuse a piene mani dalla stampa che ha sempre confuso il costo delle Province con la spesa complessiva per le funzioni e i servizi.

Come tutti ormai stanno comprendendo, abolendo le province infatti non si abolisce anche la spesa da esse gestita, ma si può soltanto ridurla. Perché le funzioni che svolgono le province restano e per gestirle la spesa non si può azzerare.

Ad esempio, il neo ministro all’istruzione Maria Chiara Carrozza ha rilanciato il problema della spesa per la sistemazione degli edifici scolastici, affermando che si tratta di una priorità; ma non ricorda, come dovrebbe, che tale spesa non sta in capo al Ministero, bensì in capo a comuni e province, queste ultime chiamate alla manutenzione e costruzione degli edifici scolastici per l’istruzione superiore.

Oppure è possibile pensare alla viabilità provinciale, alla difesa del suolo, alla tutela dell’ambiente, alla formazione professionale, alle funzioni in materia di mercato del lavoro e di centri per l’impiego, per le quali peraltro il 5 aprile scorso è stato pubblicato nella gazzetta ufficiale il DPCM sul fabbisogno standard per ciascuna Provincia

Non si può che condividere l’appello del Presidente del Consiglio Letta sull’urgenza delle riforme costituzionali, che potranno anche passare per la revisione degli attuali livelli amministrativi.

Più volte ci siamo occupati dell’argomento, sottolineando l’esigenza di una riforma complessiva dei vari livelli di governo in cui si articola la nostra Repubblica.

Ma riformare non significa eliminare sic et simpliciter uno dei livelli di governo, in nome dell’auspicato risparmio, peraltro tutto da dimostrare. Non si tratta di difendere il livello provinciale o quello comunale o regionale. Ben venga la soppressione delle Province se accompagnata da un progetto che possa rendere più moderno ed efficace il nostro sistema; purtroppo si insiste invece a sventolare una bandiera, a continuare con proclami e slogan, lontani dall’affrontare con serietà e competenza il tema delle riforme istituzionali.

Il Presidente Letta, nel suo discorso alle Camere ha affermato: “Bisogna riordinare i livelli amministrativi e abolire le province. Semplificazione e sussidiarietà devono guidarci al fine di promuovere l’efficienza di tutti i livelli amministrativi e di ridurre i costi di funzionamento dello Stato. Questo non significa perseguire una politica di tagli indifferenziati, ma al contrario valorizzare comuni e regioni per rafforzare le loro responsabilità, in un’ottica di alleanza tra il governo e i territori e le autonomie, ordinarie e speciali. Bisogna altresì chiudere rapidamente la partita del Federalismo fiscale, rivedendo il rapporto fiscale tra centro e periferia salvaguardando la centralità dei territori e delle Regioni. Si può anche esplorare il suggerimento del Comitato di Saggi istituito dal Presidente della Repubblica per la eventuale riorganizzazione delle Regioni e dei rapporti tra loro”.

Si tratta evidentemente di dichiarazioni generali e di principio.

Nessuna traccia – com’è sempre accaduto purtroppo finora – su funzioni, su livelli ottimali di esercizio delle competenze.

Bisognerà vedere quali saranno le proposte concrete; spunti interessanti si trovano nella relazione finale del gruppo dei saggi sulle riforme istituzionali richiamata dal Presidente Letta.

E’ chiaro però che una riforma organica deve puntare alla semplificazione reale e alla modernizzazione del nostro sistema attraverso una coerente individuazione delle funzioni fondamentali dei Comuni, delle Province e delle Regioni e un profondo ripensamento dell’adeguatezza dimensionale di ogni livello di governo affinché le istituzioni territoriali possano esercitare effettivamente le loro funzioni in autonomia e responsabilità ed eliminando davvero strutture, organismi ed enti non rappresentativi che appesantiscono il sistema, determinano i veri costi occulti della politica e allontanano i cittadini dalle Istituzioni.

Bisogna delimitare gli spazi d’azione della Pubblica Amministrazione, semplificare e disboscare tutti quegli ambiti di intervento nei quali non ha senso né utilità l’intervento pubblico come oggi esistente, che può rappresentare soltanto un appesantimento di procedure e costi senza benefici. Quindi va individuato l’ambito territoriale ottimale e il livello di governo migliore per l’esercizio delle funzioni, individuando con chiarezza ed univocità chi fa cosa, per chiarezza, semplificazione ed individuazione certa delle responsabilità.

Le Regioni devono finalmente diventare un livello di governo, con potere legislativo – e non gestionale e amministrativo come di fatto sono oggi – secondo il disegno costituzionale: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione (…)” – art. 117, primo comma, della Costituzione. E’ un livello di governo troppo distante dai cittadini per continuare a svolgere funzioni amministrative e gestionali di dettaglio, erogazione di servizi alla persona o di gestione del territorio che non sia la pianificazione regionale. E’ la commistione fra il potere legislativo e la gestione che crea una grave anomalia nel nostro sistema. Il soggetto regolatore, quale è la Regione, non può al tempo stesso gestire direttamente ciò che regola, per di più senza controlli adeguati.

Le funzioni amministrative, secondo l’art. 118, sono invece da attribuire a Comuni e Province, quali enti rappresentativi del territorio e conseguentemente soggette al controllo immediato dei cittadini, salvo casi per cui è necessario, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza, attribuirle ad un livello superiore.

Ecco che è il Comune, ente più vicino ai cittadini, l’Ente destinatario di tutte le funzioni, soprattutto quelli collegati ai servizi alla persona, che meglio di qualunque altro livello di governo è vicino ai cittadini; alla Provincia quale ente di area vasta vanno attribuite tutte le funzioni, principalmente di gestione del territorio, che non possono essere svolti dai Comuni: viabilità, trasporti, tutela dell’ambiente, formazione professionale, politiche del lavoro, protezione civile, pianificazione territoriale di coordinamento, istruzione scolastica superiore, organizzazione dei servizi pubblici locali (rifiuti, servizio idrico, trasporto pubblico locale), etc.

Un adeguato ed efficace sistema di controlli deve garantire la correttezza della gestione.

Solo dopo questo lavoro di analisi si può e si deve discutere di ambiti territoriali, di adeguate dimensione degli Enti, di organi, di modalità di governo (ad elezione diretta, elezione di secondo grado).

Si può ritenere opportuna l’eliminazione delle Province, o la loro trasformazione in consorzi di comuni, come prevede la proposta siciliana, oppure in enti di secondo grado, secondo il modello del Governo Monti o altre formule.

Si può discutere delle dimensioni adeguate delle Regioni. Oggi alcune Regioni hanno dimensione e popolazione inferiore ad una Provincia.

Si possono prevedere accorpamenti dei Comuni.

Ogni modifica di tale portata non può non tenere in considerazione tutti i complessi aspetti legati, solo per fare qualche esempio, alla gestione del personale, dei patrimoni, delle partecipazioni societarie, dei mutui per investimenti, del patto di stabilità, etc. che pongono questioni rilevanti in caso di soppressione di un ente e contestuale subentro, addirittura pro quote, di altri enti nell’esercizio di alcune funzioni.

Sarebbero piuttosto da eliminare gli enti di 2° grado (consorzi, società, agenzie, ato…) in eccesso, che sono fuori dal controllo dei cittadini ed aumentano i costi anziché ridurli. Enti, che in caso di soppressione delle Province, si moltiplicherebbero, con buona pace degli inviti al risparmio.

Vedremo nelle prossime settimane se finalmente si supereranno slogan e proposte demagogiche e si affronteranno seriamente i temi legati alle riforme e alle autonomie.

Come ha dichiarato il Presidente dell’UPI Saitta dunque: “se il lavoro della Convenzione delle riforme costituzionali si riducesse alla smobilitazione delle Province e allo smembramento dei servizi che queste erogano e del personale che vi lavora sarebbe l’ennesima burla per il Paese. Chi conosce il Paese reale sa bene che i comuni italiani non sono in grado di esercitare le funzioni che oggi sono delle Province. Se si è detto che 107 province sono troppe perché troppo piccole per esercitare funzioni di area vasta, come si può ora dire che comuni piccoli e piccolissimi sarebbero in grado di farlo senza problemi? E siamo sicuri che le Regioni, cui da sempre si imputa di non svolgere la loro funzione essenziale, cioè legiferare, siano le istituzioni più idonee a gestire l’amministrazione di servizi diretti ai cittadini? Non è un caso se in tutta Europa le Province esistono ed esercitano le stesse funzioni di quelle italiane. La Convenzione deve essere l’occasione per sciogliere questi dubbi, per ridefinire l’intero sistema istituzionale del Paese, per intervenire su Regioni, Province, Comuni, per ridurre la spesa pubblica tagliando gli enti strumentali, che sono inutili fonti di spreco, e riducendo gli uffici dello stato sul territorio, un costo ormai insostenibile per la pubblica amministrazione, per rivedere il sistema bicamerale e dimezzare il numero dei parlamentari. Se si continua a raccontare ai cittadini che, tolte le Province, vedranno risolti tutti i loro problemi il riscatto della buona politica ancora una volta non ci sarà”.