LA PANDEMIA QUALE SPECULAZIONE: IL VOLTO NASCOSTO

Sergio Benedetto Sabetta

L’attuale crisi pandemica pone l’accento sul concetto di crisi, che si allarga dall’aspetto puramente economico a quello sistemico e, investendo il rapporto uomo-natura, viene a riflettersi nuovamente nei rapporti economici e nei valori umani.

La stessa rivoluzione industriale iniziata al principio dell’Ottocento fu un susseguirsi di crisi, a partire da quella che seguì alla battaglia di Waterloo con il crollo della borsa di Londra.

Il 1825, il 1836-1839, il 1847, da cui nacque la Rivoluzione del 1848, le crisi del 1857, del 1866, del 1882-1884, del 1890-1893, del 1900-1903, del 1907, del 1911-1913, quella del 1920 collegata alla fine della Grande Guerra, la Grande Depressione del 1929, causa prima dell’ascesa del nazismo e premessa per la Seconda Guerra Mondiale, il rinnovarsi della crisi nel 1937 – 1938, furono tutti momenti di crisi nella lunga espansione economica che andò ad iniziarsi nel primo Ottocento.

Crisi che riguardarono di volta in volta il settore tessile, la sovrapproduzione di ghisa, le ferrovie, il settore edile, le materie prime quali il rame e il carbone, i panieri borsistici e finanziari.

Le guerre stesse avevano una doppia valenza, da una parte distruzione dall’altra produzione bellica e quindi reddito e piena occupazione, la loro fine invertiva il trend con la crisi per la riconversione produttiva e la disoccupazione per la smobilitazione.

La globalizzazione economica progressiva che avvenne nel periodo tra XIX e XX secolo portò ad una progressiva globalizzazione delle crisi, così che l’intervento pubblico negato dalle teorie liberali nei momenti di espansione diveniva sempre più necessario nelle crisi.

L’attuale crisi pandemica viene di fatto a ripetere gli stessi schemi in nuovi settori produttivi, quali la ricerca genetica e lo sviluppo, nonché l’applicazione, delle nuove fonti energetiche, creando a loro volta nuove future bolle speculative.

Secondo la scuola “marginalista” l’utilità economica deriva dal rapporto tra quantità di beni a disposizione e bisogni, ne consegue la necessità di mantenere in continua crescita i bisogni per evitare una decrescita dell’utilità “marginale” dei beni prodotti, da qui il continuo stimolo sulla domanda attraverso la creazione di nuovi bisogni e non la semplice soddisfazione di quelli esistenti, come anche la creazione impositiva in termini giuridici di nuove necessità.

Nella fluttuazione economica che si crea sugli investimenti vi è chi si concentra sul credito, sugli interessi e la moneta in generale, chi sull’affluire ed espandersi di nuove masse umane nel ciclo economico e sulle invenzioni, chi, infine, pone attenzione sulla funzione del rapporto acceleratore/moltiplicatore, dove al crescere del consumo crescono gli investimenti (acceleratore), ma il consumo cresce se cresce il reddito (moltiplicatore).

La speculazione con l’accorrere dei capitali dove massimo è il potenziale dell’utile non fa che accelerare il ciclo fino a portarlo alla crisi, ecco gli interventi anticiclici che le autorità talvolta impongono al fine di stabilizzare la crescita salvaguardando l’occupazione.

In tutto questo la pandemia ha favorito una crisi già in atto da un decennio, aggravandola, ma creando al contempo nuove prospettive in termini di utile, dalla nascita o manifestarsi delle nuove esigenze, tanto farmaceutiche che ambientali, si sono create in tal modo nuove aree di speculazione e possibili future bolle.

A tutto questo si sovrappongono le dinamiche geopolitiche che la pandemia non fa che accelerare ed evidenziare, un conflitto in atto per ridefinire le sfere di influenza con il rinsaldarsi di vecchie o il costituirsi di nuove alleanze, basti pensare al Pacifico e all’Oceano Indiano e all’asse USA, Giappone, Australia ed India che su di esso agisce per contenere l’espansione in atto di Pechino, ancora per il momento prevalentemente economica, o le problematiche interne USA.

E’ emersa pertanto anche la conflittualità e le trappole che si creano tra una visione economica speculativa a breve ed una strategica a lunga, dove la ricerca compulsiva dell’accumulo espansionistico concorrenziale ha prodotto un potenziale concorrente economico e politico non integrato ideologicamente.

Il drammatico calo fino a -68% della biodiversità dal 1970 ad oggi, come indicato dal WWF (Living Planet Report 2020), induce a ripensare il modello di sviluppo fondato su una globalizzazione incontrollata ed una espansione continua e sinergica di consumi e popolazione, i cambiamenti climatici in atto potrebbero comportare entro la metà del secolo il trasferimento di oltre 240 milioni di persone, profughi climatici che si sovrapporranno a quelli economici, con conseguenze destabilizzanti sia in termini politici che sociali, oltre che ambientali.

Il rischio tuttavia è che l’aggettivo “green” rischi di mascherare una ulteriore speculazione , dove le nuove tecnologie presentate quali panacee non siano altro che la creazione di nuovi mercati con ulteriori consumi inquinanti, solo spostati di sede, senza vere soluzioni, ma mantenendo la base puramente speculativa non essendo la nuova tecnologia in realtà matura ma solo esaltata da una campagna mediatica.

La cultura scientifica e la sua applicazione tecnica all’industria ha creato, a partire dall’inizio dell’industrializzazione tra fine ‘700 e primo ‘800, un progressivo distacco dai ritmi naturali.

Si è pensato non ad integrarsi alla Dea Madre ma di controllarla fino ad arrivare a sostituirla, in una crisi di onnipotenza in cui ci si pone rispetto alla natura in termini di alterità, ponendosi all’esterno di essa e negando i rapporti con essa.

La potenza tecnologica ha sviluppato una bulimia non solo nell’accumulo ma anche del consumo, passando da una occupazione estensiva ad una intensiva negandone ideologicamente i possibili limiti, con una fiducia cieca nella tecnica, senza rapportarla alle limitazioni del territorio, quello che nella fede è un peccato di superbia.

BIBLIOGRAFIA

  • A. H. Hansen, Problemi economici d’oggi, Etas Kompass, 1963;

  • R.C.O. Matthews, Il ciclo economico, Feltrinelli, 1962;

  • M. Flamant – J. Singer – Kerel, Crisi e recessioni economiche, Casa ed. G. D’Anna, 1973.