di Carlo Rapicavoli –

E’ bastata l’anticipazione a mezzo stampa della bozza di “linee guida in materia di riforma dell’ordinamento delle Province e delle Città Metropolitane”, elaborata dopo alcuni mesi di confronto tra Governo, Regioni, UPI e ANCI nell’ambito del tavolo tecnico-politico istituito dall’articolo 1, comma 2-ter del decreto-legge 25 luglio 2018, n. 91, per rianimare uno sterile dibattito sull’utilità delle Province, purtroppo alimentato solo da vuoti slogan, senza seri approfondimenti, fortemente condizionato dalla bagarre elettorale.

Tale tavolo tecnico-politico è stato istituito con il compito di individuare, in pochi mesi, alcune proposte per la revisione delle disposizioni di legge sugli enti locali in modo da ricostruire un assetto stabile dell’ordinamento delle istituzioni costitutive della Repubblica: Comuni, singoli e associati, Province e Città metropolitane. Si è rilevato, in particolare, con riferimento alle Province, che la loro confermata permanenza come istituzioni costitutive della Repubblica garantite dalla Costituzione impone di riconoscere finalmente all’Ente Provincia il ruolo proprio, quale ente a fini generali, esponenziale di una comunità territoriale intermedia tra Comuni e Regione, dotandolo delle funzioni di governo in piena e coerente attuazione degli articoli 114, 117, comma 2, lett. p) e 118 della Costituzione.

Un lavoro finalmente serio, di confronto tra le Istituzioni, per definire in modo condiviso l’assetto delle competenze, gli ambiti ottimali per l’esercizio delle funzioni, la semplificazione amministrativa.

Paradossalmente, pur nella diffusa consapevolezza da parte della quasi totalità delle forze politiche nonché dell’opinione pubblica, del sostanziale fallimento della Legge Delrio, aggravato dagli effetti disastrosi sulla qualità dei servizi – è sufficiente considerare il progressivo degrado dello stato manutentivo delle strade e delle scuole a seguito dei tagli dissennati alle risorse attribuite alle Province – anziché interrogarsi sui motivi del fallimento ed avviare un serio ripensamento, si ricade nei vecchi slogan propagandistici del “taglio alle poltrone”, insignificanti e dannosi.

Così, senza alcun approfondimento, con la solita, vecchia e remunerativa argomentazione, si torna ai cavalli di battaglia. Non importa considerare quali sono le competenze, i servizi erogati, non serve un’analisi seria del migliore e più efficiente assetto istituzionale.

Mai un approfondimento sui servizi che le Province erogano, sulla loro importanza, sulle professionalità che vi operano, malgrado siano da anni bistrattati. Con l’unico effetto di disperdere un patrimonio straordinario di conoscenze ed un progressivo degrado della qualità dei servizi.

Con il rischio sempre più concreto, in un clima di confusione generale, di assimilare ancor di più costi della politica e costi della democrazia, dando un connotato negativo addirittura all’espressione massima della partecipazione democratica: le elezioni dei pubblici amministratori.

A chi pensa o scrive: “Tornano le Province?” e “Dietrofront” e simili, viene da chiedere a costoro se sanno chi oggi, come nei decenni scorsi, si occupa dell’edilizia scolastica e delle scuole di secondo grado, della viabilità provinciale (135.000 chilometri, pari a circa l’84% della rete stradale nazionale extraurbana come attestato da studi ACI), della tutela dell’ambiente, del trasporto pubblico.

Agli stessi bisogna chiedere se hanno analizzato e studiato l’assetto delle competenze nel nostro Paese, la ripartizione della spesa pubblica, i fantomatici risparmi, mai realizzati, che dovevano derivare dalla riforma Delrio; ma non serve, fa più effetto rispolverare slogan.

Forse, partendo dai principi sanciti dalla nostra Costituzione probabilmente buona parte delle polemiche, spesso strumentali e a fini propagandistici, verrebbero meno.

Il riferimento fondamentale non può che essere l’art. 5: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

Dopo aver affermato l’intangibile principio di unità ed indivisibilità della Repubblica, l’art. 5 afferma “la promozione e il riconoscimento delle autonomie locali”

La Costituzione “riconosce e promuove le autonomie locali”; si “riconosce” ciò che preesiste, che ha una propria identità autonoma, non derivata o concessa.

La Costituzione riconosce Comuni e Province come enti preesistenti e attribuisce loro potestà pubbliche nel perseguimento di interessi propri delle collettività di appartenenza, secondo indirizzi di natura politico-amministrativa, distinti da quello statale.

Rilevante è la connessione fra l’articolo 5 e l’articolo 114 della Costituzione, il quale, a seguito della riforma del titolo V del 2001, dispone che «la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato».

Risulta necessario valorizzare i principi di autonomia e responsabilità previsti negli articoli 5, 114, 118 e 119 della Costituzione, che riconoscono le Province quali istituzioni costitutive della Repubblica, ed enti esponenziali di comunità territoriali in cui è strutturata l’organizzazione sociale del Paese.

Preso atto che la stagione di riforme della passata legislatura, che ha visto fortemente inciso l’assetto istituzionale delle Province, il loro ruolo e i rapporti tra i diversi livelli di governo, è stata foriera di limiti e incertezze, ci si attenderebbe, dal riaccendersi del dibattito, non sterili polemiche su poltrone e costi della politica, ma un serio approfondimento sugli interventi legislativi di modifica che risultano ormai urgenti e necessari.

Alle Province deve essere restituito il ruolo di ente a fini generali, che coordina lo sviluppo della comunità territoriale di riferimento, e così alle Città metropolitane, così da garantire per l’intero territorio del Paese che siano gli enti di governo di area vasta, esponenziali delle comunità territoriali, ad essere artefici, per i profili di competenza, dello sviluppo dei territori.

Le funzioni fondamentali di area vasta individuate nel comma 85 della legge 56/14 devono essere riportate in modo organico in capo alle Province nell’ambito del TUEL.

Non è però sufficiente consolidare le funzioni fondamentali esistenti, ma si impone, soprattutto per taluni ambiti altrimenti eccessivamente indeterminati, l’esigenza di procedere ad una compiuta individuazione delle specifiche funzioni fondamentali, in coerenza con quanto previsto dall’art. 117, comma 2, lett. p), della Costituzione.

È il caso, in particolare, delle funzioni fondamentali in materia di tutela e valorizzazione dell’ambiente. In questo ambito, superando la formulazione eccessivamente ampia, ma indeterminata, affermata dal legislatore, occorre procedere ad una puntuale perimetrazione delle funzioni che permetta di superare incertezze interpretative, da parte del legislatore statale e di quelli regionali, e di ricondurre in capo alle Province le competenze ambientali in modo organico e coerente con il ruolo proprio dell’Ente.

In attuazione dell’articolo 118 della Costituzione, le Regioni devono essere chiamate ad una revisione della loro legislazione – anche nell’ambito dei processi di attuazione dell’articolo 116, comma 3, della Costituzione – con l’obiettivo di valorizzare le Città Metropolitane e le Province riallocando ad esse le funzioni di area vasta e le relative risorse, con la conseguente soppressione di enti, agenzie od organismi regionali, comunque denominati.

Il consolidamento dell’esperienza della Provincia quale ambito di positivo riferimento per il livello comunale va accompagnato da un rilancio dell’autorevolezza istituzionale e della capacità di coordinamento ed indirizzo del territorio provinciale: obiettivo perseguibile con la previsione della legittimazione democratica della figura del Presidente, il ripristino di una forma collegiale e riconosciuta del suo esecutivo e l’elezione diretta del Consiglio provinciale.

Si ritiene, quindi, che il recupero di autorevolezza e terzietà del livello istituzionale provinciale debba essere assicurato mediante il ripristino dell’elezione diretta del Presidente e del Consiglio provinciale: si condivide inoltre di prevedere il mantenimento con chiarezza di compiti e funzioni dell’organismo assembleare dei Sindaci (Assemblea dei Sindaci), per confermare la necessità di un forte riferimento all’Ente provincia da parte dei Comuni del territorio provinciale ed un loro coinvolgimento nelle scelte e negli strumenti a carattere generale e territoriale.

Chi si è battuto per difendere la Costituzione da una riforma sbagliata, fortunatamente bocciata dalla maggioranza dei cittadini italiani, dovrebbe applicarne i principi fondamentali.

Purtroppo, assistendo alle prese di posizione degli ultimi giorni, si ha l’impressione che si tratta dell’ennesima polemica viziata da pretesti elettorali.

I temi legati al riassetto istituzionale dovrebbero restare estranei alla bagarre elettorale ed essere affrontate appunto con senso delle Istituzioni e seri approfondimenti non condizionati dalla ricerca dell’immediato consenso, politico, elettorale o mediatico che sia.

Queste le parole del Papa, a chiusura del Suo intervento nello straordinario incontro con i Presidenti delle Province il 27 aprile scorso: “Non posso perciò che augurare a tutti voi di proseguire con coraggio e determinazione nel vostro lavoro, in modo da fare delle Province un presidio e un centro propulsore di una mentalità che sappia porsi l’obiettivo di uno sviluppo veramente sostenibile, inserendosi in armonia nell’immensa rete di relazioni e di realizzazioni create dalla natura, dalla storia, dal lavoro e dall’ingegno delle generazioni che ci hanno preceduto”.

Dalle parole del Papa sulle Province l’indirizzo da seguire per una vera riforma delle autonomie locali; le nostre forze politiche dovrebbero, per una volta, farne tesoro.