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PANDEMIA E NATURA

Sergio Benedetto Sabetta

L’azione umana nel contrasto alla pandemia ha avuto ed ha ricadute negative sulla stessa natura, come nell’uso delle mascherine monouso non lavabili, che hanno riproposto il problema della plastica.

La loro comodità d’uso ne ha facilitato la diffusione ed è stata occasione per nuove attività produttive, ma l’impatto negativo sull’ambiente è risultato pesante come evidenziato dai dati raccolti.

Nel 2019 sono state prodotte globalmente 368 milioni di tonnellate di plastica, di cui 57,9 milioni di tonnellate nella sola U.E., il 40% delle quali per imballaggi, tanto che è stata introdotta dal 2021 per l’U.E. una “Plastic Tax” tesa a sfavorirne l’usa e getta.

A questa è stata affiancata la Direttiva U.E. 2019/904 tesa a promuovere un uso circolare dei consumi eliminando l’usa e getta, tra cui in primis il materiale plastico, sarà inoltre più difficile sempre dal 2021 usare i paesi in via di sviluppo come discariche per la plastica a seguito dell’entrata in vigore della Convenzione di Basilea.

Dobbiamo considerare che sono 2 miliardi di tonnellate i rifiuti prodotti annualmente nel mondo, che in presenza dell’attuale popolazione potrebbe crescere del 70% entro il 2050.

Si tratta di una bomba demografica insostenibile alla lunga per il pianeta, ma da alcuni teorizzata come strumento per una possibile guerra demografica tra culture, senza considerare che ad una crescita segue l’invecchiamento, una parabola con tutte le problematiche correlate, a meno di procedere con metodi selettivi già teorizzati e sperimentati nei regimi autoritari del ‘900.

Il Covid ha riproposto il problema della plastica con le mascherine monouso, si stimano 7 miliardi di mascherine monouso al giorno, nella sola U.E. se ne consumano 900 milioni, per un peso di 2.700 tonnellate, plastica che è solo una illusione considerare interamente riciclabile essendo composta ed anche potenzialmente infetta.

Se nella pre – pandemia si stimava il consumo dei prodotti pre – confezionati intorno al 40-45% rispetto allo sfuso, con la pandemia si arriva al 60% nel timore di contagi, otre che per acquisti on-line e ristori obbligati al take away. (Evon Alessi, Plastica, ancora tu?, Magazine Panda, n. 54 del 6/2021).

Anche la spinta all’uso di mezzi elettrici con il ricambio del parco macchine, se da una parte riduce l’emissione di CO2 dall’altra pone il problema di uno smaltimento accelerato e dall’uso di metalli rari per le batterie e il loro smaltimento tossico non essendo ancora adeguatamente avanzata ecologicamente la relativa tecnologia, tutte problematiche in contrasto con il nuovo settore economico.

Concentrati sui mezzi di locomozione terrestri si tende ad evitare di parlare dell’inquinamento aereo, da ridurre per le brevi tratte come proposto in Francia sostituito dall’Alta Velocità, se si pensa che nella tratta Roma – Venezia l’emissione di CO2 in Kg per passeggero è di 25 per il treno, 86 per l’auto e 105 per l’aereo. (Ecopassenger- gennaio 2013).

Infine un ulteriore problema per cui la pandemia ha costituito un’accelerazione sono l’ampliamento e il potenziamento dei campi magnetici con il conseguente inquinamento, tutti aspetti che vengono direttamente o indirettamente ad intersecarsi tra loro, se si considera che quanto finora detto comporta tra l’altro una crescita dell’uso dell’energia elettrica e il conseguente problema delle centrali non facilmente e rapidamente superabile con la semplice produzione alternativa, resta eliminando i fossili l’energia atomica.

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