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    Recensione: David MacKay, Sustainable Energy – Without The Hot Air, UIT, Londra 2009, £19.99, oppure scaricabile gratuitamente dal sito www.withouthotair.com

    di Stefano Nespor. È stato pubblicato qualche anno fa, ma è sempre utile rileggerlo.
    Molti hanno la sensazione che il dibattito sul cambiamento climatico e sull’utilizzabilità delle energie rinnovabile come fonti alternative alle energie tradizionali si svolga senza tenere conto dei dati di fatto e della realtà. Questo libro, scritto da un docente di fisica di Cambridge, conferma che in queste discussione c’è molta aria fritta (hot air in inglese, da cui il titolo).
    Il libro si propone quindi di offrire risposte a tutti coloro che non vogliono aria fritta e che cercano di orientarsi nel dibattito senza aderire in modo pregiudiziale all’una o all’altra tesi (e sono tanti: lo prova il fatto che il libro, alla data in cui scrivo, è in testa nella speciale classifica di Amazon dedicata ai libri in materia di energia, nonostante che possa essere scaricato gratuitamente da Internet).
    McKay dà numeri e fatti, e lascia che ciascuno tragga le conclusioni. La prima parte del libro, dal titolo “Numeri, non parole”, mette in colonna – con riferimento al Regno Unito – da una parte tutte le voci del consumo energetico (che ammontano a 125 kWh per individuo ogni giorno) e dall’altra il potenziale delle energie rinnovabili. La risposta è che sarebbe possibile sopperire interamente al consumo energetico utilizzando solo energie rinnovabili. È interessante notare che alla stessa conclusione, limitata al fabbisogno di elettricità ma su scala mondiale, perviene anche uno dei maggiori sostenitori dell’energia rinnovabile in Europa, Hermann Scheer, presidente del Forum internazionale per le energie rinnovabili e deputato del Bundestag, secondo il quale il consumo mondiale di elettricità del 2001 avrebbe potuto essere soddisfatto con 2,5 milioni di impianti di energia eolica predisposti per produrre una media di 6 milioni di kw ora all’anno con venti di media portata. Oppure, lo stesso consumo avrebbe potuto essere soddisfatto usando soltanto pannelli fotovoltaici, con una produzione di 75 kw ora all’anno per mq., adibendo a questo scopo 210.000 km2. Oppure sarebbero stati sufficienti 155.000 mq di impianti solari situati in aree desertiche. Oppure ancora sarebbero stati sufficienti 4.19 milioni di km.2 di foresta o campi coltivati (l’8% dell’estensione complessiva mondiale, ma potrebbero essere utilizzati fino a 10 milioni di km2 di terreni semiaridi attualmente inutilizzati) per coprire il bisogno globale di elettricità tramite biocombustibile. Naturalmente, la soluzione migliore sarebbe costituita da una combinazione delle varie fonti di energia rinnovabile, tenendo conto anche del fatto che un’ampia, ulteriore quota del fabbisogno di elettricità potrebbe essere sopperito sia con energia geotermica che con energia tratta dalle maree, sia, infine, incrementando la produzione di energia idroelettrica.
    C’è però un problema, secondo Mckay: l’impatto sul territorio e sulle coste della Gran Bretagna sarebbe così devastante che ben difficilmente questa soluzione sarebbe accettata dagli abitanti (ed analogo discorso vale, con i dovuti adattamenti, per le proposte di Scheer).
    È allora necessario adottare piani energetici che contemperino l’uso delle energie rinnovabili con la disponibilità di territorio e l’accettabilità delle soluzioni da parte dell’opinione pubblica. È questo l’oggetto della seconda parte del lbro, “Piani energetici combinabili”. Quattro soluzioni sono proposte per giungere a un azzeramente del consumo di energia prodotto da fonti non rinnovabili: una politica di riduzione del consumo energetico e di innovazione tecnologica, l’uso di centrali a carbone adottando le nuove tecnologie di “carbon capture and storage”, l’energia nucleare l’importazione di energie rinnovabili da aree che hanno molto sole e molto territorio disponibile (come il deserto del Sahara).
    Il libro, proprio perché ricolmo di numeri, dati, diagrammi, potrebbe essere ostico per i non addetti ai lavori. Non è così, perché l’Autore ha espresso tutte le forme di consumo energetico, dall’automobile al caricatore di cellulari alla lampadina – in una unica unità di misura. Non si trovano così gigahertz, megawatts, joules, barili di petrolio e così via, ma solo kilowatt\ore al giorno.
    Scopriamo così che una lampadina da 40 watt consuma, se tenuta sempre accesa, un kilowatt\ora al giorno, mentre l’uso di un auto di media cilindrata per 50 km al giorno comporta un consumo di 40 kilowatt\ora al giorno, equivalente a 40 lampadine da 40 watt accese per un giorno o a una lampadina sempre accesa per 40 giorni. Ma scopriamo anche che i piccoli gesti , come spegnere il ricaricatore del cellulare o non lasciare in stand-by l’impianto hi-fi, servono a poco: il risparmio giornaliero equivale all’energia utilizzata guidando l’auto per un secondo.
    La conclusione di McKay non è così pessimistica come si può sospettare. Il principio di partenza è che la rinuncia a una tecnologia richiede che si sappia come viene sostituita e che si facciano le scelte giuste. La conversione all’energia rinnovabile, osserva l’Autore, si può fare. Potrà anche essere un’impresa eccitante e coinvolgente. Ma non sarà facile.

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    Info sul autore

    avvocato in Milano direttore della Rivista giuiridica dell'ambiente direttore del settore pubblico della Rivista critica di diritto del lavoro nespor@gaslex.it

    Articoli Scritti : 33

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