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    Nuovi sviluppi nella normativa anti-doping

    Di Giulia Gavagnin. Il codice WADA è l’unica fonte normativa in materia di Antidoping e, in ogni caso, l’unica ad avere il potere di imporre sanzioni in questo ambito.
    In questo senso sembra inserirsi la decisione 2011/A/2658 British Olympic Association v. World Anti-Doping Agency, recentemente depositata, con cui il T.A.S. (Tribunale Arbitrale Sportivo) di Losanna ha posto ulteriore chiarezza in merito ad alcuni aspetti relativi ai requisiti richiesti per la partecipazione degli atleti ai giochi olimpici (estivi e invernali) e alla natura sanzionatoria di alcune n orme extra-codice . La pronuncia è di grande attualità, visto l’approssimarsi dei giochi olimpici di Londra, e si pone in un rapporto di continuità con la discussa decisione del 4 ottobre 2011 (U.S. Olympic Commitee v. International Oliympic Committee, CAS 2011/O/2422) che aveva dichiarato l’illegittimità della Regola n. 45 della Carta Olimpica (Rule 45, Olympic Charter- International Olympic Committee), introdotta poco prima delle Olimpiadi di Pechino. Questa norma, nota altrimenti come “Osaka Rule”, vietava la partecipazione ai successivi giochi olimpici all’atleta cui fosse già stata comminata la sanzione dell’esclusione superiore ai sei mesi dalle competizioni sportive per accertata positività al doping.
    Il T.A.S. aveva allora argomentato che la Regola n. 45 non ponesse dei requisiti di partecipazione ma fosse una vera e propria sanzione disciplinare e si sovrapponesse , pertanto, all’art. 10 del WADC (Codice dell’Antidoping) che individua le sanzioni da comminarsi all’atleta che abbia fatto uso di doping nell’ambito di competizioni sportive. Poiché il C.I.O. aveva recepito il Codice WADA Antidoping all’interno del proprio statuto, la Regola n. 45 violava manifestamente lo statuto stesso e, perciò, era stata caducata dichiarandone l’illegittimità.
    Similmente, nella decisione 2658 il T.A.S. ha dichiarato illegittima la normativa interna (Bye-law) della British Olympic Association nella parte in cui vietava ad ogni atleta tesserato dal Regno Unito di prendere parte a qualsiasi edizione dei giochi olimpici, estivi, invernali o giovanili se precedentemente dichiarato responsabile per la violazione della normativa antidoping. Questa “Bye-law” era stata introdotta nel 1992 e, quindi, più di dieci anni prima che il codice WADA entrasse in vigore (marzo del 2003).
    Il T.A.S., come nel caso della “Osaka Rule” ha ravvisato la violazione diretta dell’art. 23.2.2 del Codice WADA che impone ai firmatari del Codice di dare esecuzione alle sue norme “senza modificazioni sostanziali”. La B.O.A. si era espressamente impegnata a non apporre alcuna modifica sostanziale al Codice WADA e, perciò, è stata ritenuta responsabile per avere comminato (o, meglio, continuato a comminare) ai propri tesserati una sanzione disciplinare ulteriore rispetto a quella di cui all’art. 10 del Codice WADA, che già prevede, ad es., l’esclusione fino a due anni dalle competizioni ufficiali nell’ipotesi di prima infrazione .
    Alle obiezioni della B.O.A., che ha ritenuto la Bye-Law una norma per la selezione degli atleti (“selection rule”) e non una sanzione disciplinare, il Tas ha risposto non soltanto qualificandola come una vera e propria sanzione aggiuntiva rispetto a quelle già stabilite dal Codice WADA, ma ha anche ritenuto che ci fosse una vera e propria sovrapposizione della norma britannica alle norme contenute nel codice WADA anche per quanto concerne gli intenti e la procedura. La “Bye-Law”, infatti, nella parte seconda riprova l’utilizzo del doping nelle competizioni e nella parte quinta contempla l’ipotesi del ricorso ad un collegio di secondo grado (“Appeal Panel”) affinché valuti se l’infrazione è di lieve entità ovvero sia stata commessa senza colpa o negligenza (“without fault or negligence”). Il collegio arbitrale, per chiarire che la norma britannica ha un effettivo carattere sanzionatorio, cita una decisione d’appello della stessa B.O.A. (Whitlock-case, 9 marzo 2004), che aveva escluso una velocista dai giochi olimpici di Atene pur essendosi convinto il collegio che la sostanza dopante fosse stata ingerita inconsapevolmente. Tuttavia, gli esperti britannici, hanno ritenuto di non escludere la sanzione per una ragione strettamente morale e cioè, perché “il doping è un cancro nel buon nome dello sport”.
    Questa decisione rafforza la posizione del WADA nel mondo del diritto sportivo e permette un’ulteriore considerazione. Nonostante il progresso scientifico abbia reso relativamente semplice l’individuazione di una violazione antidoping, proprio l’utilizzo di strumenti molto sofisticati permette di rintracciare anche quantità infinitesimali di sostanze considerate “dopanti” nel corpo dell’atleta, sino a percentuali non significative ai fini del risultato sportivo. Non solo l’Osaka Rule, ma anche la norma appena esaminata, rischiavano di danneggiare seriamente le squadre destinate ai Giochi impedendo la partecipazione ad atleti che magari avevano assunto un banale antidolorifico e che non avevano nessuna intenzione di “barare”. Ovviamente, in questo caso, viene da pensare che si sia voluto favorire il Paese Ospitante, ma a chi scrive la decisione del Tas sembra essere intervenuta in maniera opportuna perché ha evitate gravose sovrapposizioni tra le norme del codice WADA ed altre norme, meno specifiche.

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    Info sul autore

    Avvocato in Venezia e Milano, è cultore della materia presso la cattedra di diritto penale dell'Università di Padova. Si occupa prevalentemente di diritto dell'ambiente (Master in diritto dell'ambiente conseguito presso l'Università Cà Foscari di Venezia) e di diritto dello sport (Master "CAS" conseguito presso l'Università degli Studi di Zurigo ). Parla inglese e tedesco. Contatti: gavagnin@gaslex.it

    Articoli Scritti : 11

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