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    L’“Inclusive Wealth Index”: brevi considerazioni sulla misurazione della sostenibilita’ dello sviluppo

    L’“Inclusive Wealth Index”: brevi considerazioni sulla misurazione della sostenibilita’ dello sviluppo

    di Valentina Cavanna. In occasione della Conferenza Rio+20 è stato presentato un nuovo indicatore, l’ “Inclusive Wealth Index” (IWI). Un indicatore è una misura, generalmente quantitativa, che può essere usata per illustrare e comunicare un fenomeno complesso in modo semplice.

    Paul Ehrlich e John Holdren nel 1972 hanno elaborato il modello IPAT per valutare l’impatto ambientale, secondo questa formula: impatto ambientale (I) = popolazione (P) x consumo pro capite (A) x tecnologia (T). Ciò significa che l’impatto ambientale è determinato direttamente dalle scelte volontarie individuali in termini di consumi e di stile di vita e, indirettamente, dalle scelte politiche collettive espresse da leggi e regole che limitano l’impatto dei produttori e dei consumatori (comprendendo il settore privato e quello pubblico, gli individui e le istituzioni), dal vigore col quale si fanno rispettare quelle regole, dalla tecnologia disponibile per ridurre l’impatto delle attività economiche, dalla capacità finanziaria di una società di impiegare le tecnologie disponibili, dai metodi usati dalle grandi compagnie per produrre e commercializzare beni e servizi. Le dimensioni della popolazione sono il numero totale degli individui che vivono in una determinata zona biologica o ecosistema.

    L’indicatore attualmente utilizzato per illustrare il benessere umano è il PIL, il Prodotto Interno Lordo, che tiene conto delle transazioni monetarie e non delle attività che diminuiscono la qualità della vita e il capitale naturale né i costi ambientali legati alle attività economiche.

    L’Agenzia Europea dell’ambiente (EEA) negli anni ’90 ha classificato gli indicatori in quattro gruppi:

    –        Tipo A “Indicatori descrittivi” (descriptive indicator: what is happening?): descrivono la situazione attuale con riferimento alle componenti ambientali. La maggior parte di questi indicatori si basa sul modello DPSIR, che sta per “driving forces, pressures, states, impacts and responses” e offre una base per analizzare i fattori correlati che hanno un impatto sull’ambiente. Il modello DPSIR esamina tutto il percorso degli inquinamenti seguendo le catene causali, dalle attività dell’uomo che generano le modificazioni (driving forces), analizzando poi le loro emissioni (pressure) e attraverso lo stato del ricettore (state) perviene alla identificazione degli effetti (impact) sul sistema, ponendo infine l’attenzione sulle politiche per ridurre o annullarne gli effetti negativi, mediante risposte (response). Gli indicatori di Pressione descrivono gli sviluppi in relazione a emissioni, agenti fisici biologici, uso delle risorse e uso del territorio. Esempi di indicatori di pressione sono le emissioni di CO2. Gli indicatori di Stato danno una descrizione della quantità e qualità dei fenomeni fisici (come la temperatura), dei fenomeni biologici e dei fenomeni chimici (concentrazioni di CO2  nell’atmosfera) in una certa area. Gli indicatori di Impatto descrivono i cambiamenti sullo stato dell’ambiente dovuti alle pressioni esercitate su di esso. Gli indicatori di Risposta descrivono le risposte attuate per prevenire, compensare o migliorare i cambiamenti avvenuti nell’ambiente. Un esempio può essere la quantità di rifiuti riciclati.

    –        Tipo B “Indicatori di performance” (performance indicator: is this relevant?): mettono a confronto l’attuale situazione ambientale con la situazione desiderata (target), ossia misurano la distanza dall’obiettivo, obiettivo che può essere ad esempio di politica nazionale o di politica internazionale.

    –        Tipo C “Indicatori di efficienza” (eco-efficiency indicator: can we make progress in improving the way we do things?): mettono in relazione le pressioni ambientali con le attività umane; in altri termini si verifica qual è la misura dell’efficienza del processo. Il più conosciuto è l’Indicatore MIPS, che è usato per descrivere l’Intensità di Materiale per Unità di servizio: ad esempio per confrontare l’insieme di energia e risorse usate per il trasporto di una persona per 100 miglia mediante diversi trasporti, come auto, bus, aeroplano, treno. Si verifica se la società si sta muovendo verso la qualità dei suoi prodotti e processi in termini di risorse impiegate, emissioni e rifiuti prodotti.

    –        Tipo D “Indicatori di benessere totale” (total welfare indicator: does this contribute to our overall welfare?): sono indicatori di sostenibilità complessiva. Uno di questi è il PIL verde: si corregge il valore del PIL, ossia il valore della produzione totale della produzione di beni e servizi dell‘economia di un paese, con il “peso“ dei danni ambientali causati dalle attività umane. Poi vi è l’Indice di sviluppo umano (HDI – Human Development Index), che aggrega con peso identico tre variabili principali, il reddito pro-capite, la speranza di vita alla nascita e il tasso combinato di alfabetismo e scolarizzazione. Ma questi indicatori sono di solito esclusi dal programma di lavoro dell’EEA.

    Successivamente a questi quattro gruppi si sono affiancati altri indicatori, tra cui la categoria della “policy effectiveness”, che comprende indicatori che descrivono se una certa politica, una certa azione sta avendo effetto nel ridurre un problema o risolvere una questione.

    Accanto agli indicatori semplici si possono poi usare indicatori aggregati, come l’Ecological Footprint (impronta ecologica), basata sulla capacità di carico, che misura, in ettari, lo spazio naturale occupato per la produzione di risorse e per l’assorbimento di emissioni inquinanti legate al sostentamento di una determinata comunità; utilizzando l’impronta ecologica, è possibile stimare quanti pianeta Terra servono per sostenere l’umanità qualora tutti vivessero secondo un determinato stile di vita. Gli studi effettuati hanno dimostrato che una sola Terra non sarebbe sufficiente se ciascun individuo volesse disporre di risorse nella medesima quantità.

    Un altro è il Total Material Requirement (TMR), ossia il Fabbisogno Totale di Materiali: indica l’impatto sull’ambiente (ad esempio distruzione di habitat, o inquinamento, o modificazioni del paesaggio nel sito di estrazione) dovuto all’estrazione di materiali calcolando il fabbisogno dei materiali stessi sulla base dei dati relativi alla produzione industriale, all’agricoltura, alla pesca.

    La Commissione europea ha messo a punto un set di indicatori in grado di monitorare la sostenibilità locale (c. d. progetto ICE, ossia Indicatori Comuni Europei), con lo scopo di supportare l‘implementazione della normativa ambientale attraverso l’Agenda 21 Locale, integrare la sostenibilità nella pianificazione ambientale e nell’uso del territorio e ridurre l‘impronta ecologica delle aree urbane.

    A livello internazionale, da tempo ci si è resi conto che indicatori come il PIL o l’Indice di Sviluppo Umano non riescono a misurare la salute totale di uno stato. Infatti, i cambiamenti naturali non vengono presi in considerazione nelle descrizioni nazionali, rendendo queste ultime meno utili. Si è notato che, nonostante i progressi avvenuti negli ultimi 25 anni, l’umanità ha fallito nel conservare le risorse, salvaguardare gli ecosistemi naturali, o comunque assicurarne la vitalità a lungo termine.

    E’ stata dunque elaborata una relazione (“Inclusive Wealth Report”, IWR) che introduce il nuovo indicatore, sulla base del “Millenium Ecosystem Assessment” del 2005 e le conclusioni della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi del 2009, secondo cui misurare il benessere richiede anche tenere in considerazione aspetti non economici del benessere, inclusa la sostenibilità. Nel 2010 la relazione della Commissione sulla misurazione della performance economica e del progresso sociale, incaricata dal Presidente Francese Sarkozy,  aveva sottolineato i limiti del PIL (c.d. Rapporto Stiglitz).

    Il nuovo indicatore è stato elaborato dal “The United Nations University’s International Human Dimensions Programme” (UNU-IHDP) e dal “The United Nations Environment Programme” (UNEP); esso propone un approccio alla sostenibilità basato sulla misurazione delle diverse forme di capitale: naturale, prodotto a livello industriale, umano e sociale. Si vuole analizzare complessivamente le differenti componenti della salute per ogni singolo paese, i loro collegamenti con lo sviluppo economico e il benessere umano, nonchè le politiche che sono basate sulla gestione sociale di questi aspetti.

    Attraverso il nuovo indicatore si misura il capitale naturale (ad esempio le foreste) di ogni singolo paese, in un arco di tempo di 19 anni, comparandone il declino o la crescita con due aspetti: il capitale prodotto, come strade e industrie; e il capitale umano, inclusi i livelli di educazione, conoscenza e creatività. Uno dei temi considerati è l’impatto del commercio internazionale sullo sviluppo sostenibile (cap. 5 IWR).

    I primi risultati dimostrano che è possibile collegare i cambiamenti nella salute delle persone con la crescita economica.

    Si cerca pertanto di capire se i paesi siano sostenibili e, in caso contrario, dove bisogna intervenire, al fine del raggiungimento della c.d. “Green Economy”. “Green economy” si può definire una economia capace di usare con efficienza l’energia e le materie prime, di intervenire sugli ecosistemi senza danneggiarli, di guardare ai rifiuti come ad una fase nel ciclo delle merci, in un ottica di sviluppo sostenibile. Una economia sostenibile è anche uno degli aspetti del “Global Green New Deal” auspicato dall’UNEP, elaborato prendendo ispirazione dal New Deal di Roosevelt.

    Da più parti ormai si è sottolineato come la dimensione ambientale trovi tuttora un difficile inserimento nell’analisi economica. Infatti, l’economia neoclassica, dominante in letteratura, non riesce ad incorporare gli aspetti ambientali. I principi e gli strumenti dell’economia standard – in particolare il mercato – consentono solo in parte di internalizzare i costi ambientali.

    Infatti, si assiste al fallimento del mercato nell’ottica della sostenibilità ambientale e non pare sufficiente limitarsi a correggere il mercato stesso attraverso imposte o permessi o quote negoziabili.

    Inoltre, è risultato anche difficile effettuare una valutazione economica degli investimenti e delle opere, pubbliche e private. Un metodo utilizzato è quello dell’analisi costi-benefici, al fine di stimare i benefici e i costi per la collettività derivanti da interventi sui beni ambientali o che comunque abbiano un impatto sull’ambiente. Tuttavia, la valutazione economica degli aspetti ambientali presenta spesso notevoli difficoltà e limiti. Efficace appare invece la Valutazione di Impatto Ambientale, che utilizza tecniche di analisi non monetarie.

    Quando si affronta il tema del benessere umano, occorre preoccuparsi anche delle future generazioni. E’ inoltre necessario porre l’accento sulla salute, intesa in senso ampio, e tenere in considerazione gli aspetti naturali.

    Infatti, l’obiettivo da raggiungere è  “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” (OMS) della popolazione attuale e delle future generazioni. Questo è ciò che deve orientare le scelte nella vita di ogni giorno e nelle politiche a breve e lungo termine.

    Info sul autore

    Avvocato, Valentina Cavanna si occupa di assistenza legale alle imprese e due diligence legale in materia di Diritto dell’Ambiente e Igiene e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (inclusi gli aspetti relativi alla normativa in materia di autorizzazione integrata ambientale, alla gestione dell’amianto, alle emissioni in atmosfera, agli scarichi idrici, alla gestione dei rifiuti, alle attività di bonifica ambientale, alla normativa di prevenzione incendi).

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