Spending review sulle province: violata la Costituzione
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    Il rispetto della Costituzione, le Autonomie Locali e la spending review

    di Carlo Rapicavoli – La Corte Costituzionale, nelle recenti sentenze n. 148/2012, depositata il 7 giugno 2012, e n. 151/2012, depositata il 14 giugno 2012, fissa un monito inequivocabile per il Governo.

    Afferma la Corte: “il principio salus rei publicae suprema lex esto non può essere invocato al fine di sospendere le garanzie costituzionali di autonomia degli enti territoriali stabilite dalla Costituzione. Lo Stato, pertanto, deve affrontare l’emergenza finanziaria predisponendo rimedi che siano consentiti dall’ordinamento costituzionale”.

    E’ un principio netto e chiarissimo, in risposta alla difesa dello Stato che sosteneva che le recenti misure finanziarie “trovano giustificazione nell’esigenza di far fronte con urgenza ad una gravissima crisi finanziaria che mette in pericolo la stessa salus rei publicae. La gravità della situazione consentirebbe allo Stato di derogare alle regole costituzionali di riparto delle competenze legislative tra Stato e Regioni e di «intervenire legislativamente in ogni materia», in ottemperanza ai doveri espressi dalla Costituzione ed in applicazione dei princípi costituzionali fondamentali della solidarietà economica e sociale (art. 2 Cost.), dell’uguaglianza economica e sociale (art. 3, secondo comma, Cost.), dell’unità della Repubblica (art. 5 Cost.), della responsabilità internazionale dello Stato (art. 10 Cost., dell’appartenenza all’Unione europea (art. 11 Cost.), del concorso di tutti alle spese pubbliche (art. 53 Cost.), di sussidiarietà (art. 118 Cost.), della responsabilità finanziaria (art. 119 Cost.) e della tutela dell’unità giuridica ed economica (art. 120 Cost.)”.

    “Tale assunto – afferma la Corte – non può essere condiviso. Le norme costituzionali menzionate dalla difesa dello Stato, infatti, non attribuiscono allo Stato il potere di derogare al riparto delle competenze fissato dal Titolo V della Parte II della Costituzione, neppure in situazioni eccezionali”.

    E’ patrimonio comune della nostra cultura giuridica l’assunto per cui anche il principio autonomista, sancito dall’art. 5 Cost. “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”, concorre a realizzare il principio democratico che informa, nel suo complesso, l’ordinamento repubblicano.

    Il concetto di autonomia locale è chiaramente ribadito dalla Carta europea delle autonomie locali, recepita in Italia con la legge 30 dicembre 1989, n. 439, che, dopo aver sancito all’art. 2 che “Il principio dell’autonomia locale deve essere riconosciuto dalla legislazione interna, e per quanto possibile, dalla Costituzione” all’art. 3 precisa: “Per autonomia locale, s’intende il diritto e la capacità effettiva, per le collettività locali, di regolamentare ed amministrare nell’ambito della legge, sotto la loro responsabilità, e a favore delle popolazioni, una parte importante di affari pubblici. Tale diritto è esercitato da Consigli e Assemblee costituiti da membri eletti a suffragio libero, segreto, paritario, diretto ed universale, in grado di disporre di organi esecutivi responsabili nei loro confronti”.

    Un percorso culminato nella riforma del Titolo V della Costituzione che ha introdotto il principio di pariordinazione tra diversi livelli di governo, un elemento profondamente innovativo ed in grado di definire le concrete relazioni tra Enti locali, Regioni e Stato.

    Farà tesoro il Governo di tale precisa indicazione della Corte Costituzionale?

    Ancora una volta, da un primo esame del Decreto Legge 6 luglio 2012 n. 95 sulla “spending review”, sembra proprio di no.

    Affrontiamo brevemente i profili di evidente incostituzionalità delle norme relative alla soppressione ed accorpamento delle Province e all’istituzione delle Città metropolitane

    L’iter previsto dall’art. 17, commi da 1 a 4, del D. L. 95/2012 per la riduzione del numero delle Province non risulta coerente con l’art. 133 della Costituzione e rischia di essere dichiarato incostituzionale dalla Corte unitamente a tutti gli atti di attuazione previsti in tempi stretti dalla norma.

    L’art. 133 della Costituzione prevede infatti. “Il mutamento delle circoscrizioni provinciali e la istituzione di nuove Province nell’ambito di una Regione sono stabilite con leggi della Repubblica, su iniziative dei Comuni, sentita la stessa Regione”.

    La Costituzione dunque prevede un iter preciso:

    1) L’iniziativa dei Comuni
    2) Il parere della Regione
    3) Una legge dello Stato.

    L’art. 17 del D. L. 95/2012 invece prevede un iter ampiamente difforme:

    a) Entro il 17 luglio 2012 il Consiglio dei ministri determina, con apposita deliberazione, i criteri per la riduzione e l’accorpamento delle province, da individuarsi nella dimensione territoriale e nella popolazione residente in ciascuna provincia, tenendo conto dei dati dell’ultimo censimento. Sono fatte salve le province nel cui territorio si trova il comune capoluogo di regione e le province confinanti solo con province di regioni diverse da quella di appartenenza e con una delle province interessate dall’istituzione delle Città metropolitane;

    b) La deliberazione del Consiglio dei Ministri è trasmessa al Consiglio delle autonomie locali di ogni regione a Statuto ordinario o, in mancanza, all’organo regionale di raccordo tra regione ed enti locali;

    c) Entro quaranta giorni i Consigli delle autonomie locali deliberano un piano di riduzioni e accorpamenti relativo alle province ubicate nel territorio della rispettiva regione

    d) Entro cinque giorni dall’adozione, la delibera è trasmessa al Governo;

    e) Nei dieci giorni successivi il Governo acquisisce il parere di ciascuna Regione interessata.

    Dopo aver delineato quest’iter, l’art. 17 comma 4 chiude: “entro venti giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del D. L. 95/2012, con atto legislativo di iniziativa governativa sono soppresse o accorpate le province sulla base delle deliberazioni e intese sopra indicate. Se a tale data tali deliberazioni in una o più regioni non risultano assunte, il provvedimento legislativo è assunto previo parere della Conferenza unificata, che si esprime entro dieci giorni esclusivamente in ordine alla riduzione ed all’accorpamento delle province ubicate nei territori delle regioni medesime”.

    Cosa si intende per “atto legislativo di iniziativa governativa”? Un disegno di legge di iniziativa governativa? Un decreto legge?

    Oppure una delega legislativa attribuita dal governo a se stesso tramite decreto d’urgenza?

    Ma sappiamo che l’art. 15, comma 2, della Legge 400/1988 dispone:
    “Il Governo non può, mediante decreto-legge:
    a) conferire deleghe legislative ai sensi dell’articolo 76 della Costituzione;
    b) provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione;
    (…)”

    Il comma 6 dell’art. 17 prevede “Sono trasferite ai comuni le funzioni amministrative conferite alle province con legge dello Stato e rientranti nelle materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato ai sensi dell’articolo 117, comma secondo, della Costituzione”.

    E il comma 7 aggiunge: “Tali funzioni amministrative sono individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottare entro sessanta giorni, previa intesa con la Conferenza Stato–Città ed autonomie locali”.

    Come già avvenuto con l’art. 23 del decreto “salva Italia” si ravvisa una violazione degli articoli 1, 5 e 114 della Costituzione poiché, con lo svuotamento delle funzioni, il Governo lede l’autonomia delle Province che, nel diritto costituzionale italiano, sono qualificate come enti esponenziali di una comunità territoriale che si organizza democraticamente, secondo l’art. 1, con organi elettivi di diretta emanazione del corpo elettorale e in base al principio fondamentale dell’art. 5 della Costituzione “la Repubblica, una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, il legislatore non può quindi abolirle, limitarle, diminuirne l’autonomia politica o incidere sul carattere democratico dell’ente, se non nelle forme e con i modi previsti dalla stessa Costituzione.

    La Costituzione individua le Province come un ente territoriale e autonomo (art. 114, comma 1 e 2) e fa rifermento espresso ad esse nell’art. 117, comma 2, lett. p, prevedendo che la legge statale possa disciplinare 3 oggetti: la legislazione elettorale, gli organi di governo e le funzioni fondamentali.

    Allo stesso modo, l’art. 118, comma 2, statuisce che le Province siano titolari di funzioni proprie e di funzioni conferite dalla legge statale e da quella regionale.

    Il sistema costituzionale dispone che le Province siano enti titolari di funzioni proprie, e cioè di quelle funzioni storicamente e in atto svolte dalle Province sulla base della legislazione esistente alla data dell’entrata in vigore della legge costituzionale n. 3 del 2001 e per le quali la garanzia discende direttamente dalla previsione costituzionale, senza che sia dato alla legge statale (e, tanto meno, a quella regionale) la possibilità di incidere su quei poteri.

    La Costituzione vuole che il legislatore statale individui le funzioni fondamentali delle Province e questo compito è stato assolto, sia pure a titolo provvisorio, dall’art. 21, comma 4, della legge n. 42 del 2009 e adesso con il comma 10 che le riduce sostanzialmente “all’esito delle procedura di accorpamento”.

    Ma soffermandoci sul comma 7 è da chiedersi: il D.P.C.M. che deve individuare le funzioni amministrative ha valore dispositivo o ricognitivo?

    L’efficacia del trasferimento delle funzioni è già attuale con la disposizione del comma 6?

    Al contrario se il D.P.C.M. ha valore costitutivo del trasferimento, nel senso che l’efficacia del trasferimento discende dal decreto stesso, si appalesa un’evidente violazione dell’art. 118 che sancisce la riserva di legge, statale o regionale, per l’attribuzione delle funzioni amministrative a Comuni e Province non ammettendo possibile un provvedimento amministrativo quale il D.P.C.M.

    L’art. 18, comma 4, del D. L. 95/2012, per le Città metropolitane, stabilisce che, “in sede di prima applicazione è di diritto sindaco metropolitano il sindaco del comune capoluogo”.

    Ciò in violazione dei principi costituzionali di democraticità degli enti territoriali locali e di autogoverno, oltre che di uguaglianza dei cittadini e del loro voto ex artt. 1, 3, 48, 49, 114 e 117 Cost.; i cittadini dei Comuni compresi nella Provincia soppressa per far posto alla città metropolitana si troveranno, ope legis, ad essere amministrati dal Sindaco del Comune capoluogo che diviene automaticamente Sindaco metropolitano, cioè presidente della città metropolitana, con tutte le funzioni della Provincia soppressa integrate da quelle indicate al comma 7 dell’art. 18.

    Questa disposizione incostituzionale può addirittura valere anche per le consigliature successive alla luce di quanto sancito dall’art. 18 comma 4, che rimette allo statuto della città metropolitana, fra le varie ipotesi, anche quella che il sindaco metropolitano sia sempre di diritto il sindaco del comune capoluogo.

    Inoltre, in violazione della riserva di legge in materia di sistema elettorale delle Città Metropolitane di cui agli artt. 48 e 117 Cost.. l’art. 18 comma demanda allo Statuto della Città Metropolitana la scelta del metodo di elezione del Sindaco metropolitano, che può prevedere anche l’elezione a suffragio universale.

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    Info sul autore

    Direttore Generale di ANCI e UPI Veneto e della Provincia di Treviso - Avvocato e giornalista

    Articoli Scritti : 116

    Commenti (2)

    • Fabrizio

      Caro Rapicavoli,
      il governo Monti è tetragono ad adeguarsi alla suprema Legge Costituzionale dello Stato repubblicano e democratico, tanto che ha solo parzialmente modificato il tenore dell’art. 17, dando più competenze ai Consigli delle Autonomie locali ed alle Regioni, per il riordino del province, sperando di aggirare l’ostacolo d’incostituzionalità di fondo del provvedimento, cercando di farlo apparire come un’iniziataiva dal basso, quasi opera dei comuni, rispettoso perciò delle regole, tanto che quest’ultimi potranno anche cambiare provincia sulla base della contiguità territoriale.
      Ritengo che l’art. 17 del decreto di revisione della spesa non scamperà assolutamente alla legittima “revisione” che ne farà la Corte Costituzionale, anche sulla scia ben evidente delle due precedenti pronunce del giugno 2012.
      Il governo ha creato addirittura una altro mostro, “il capoluogo”, identificandolo al comma 6 dell’art. 17, nel comune ex capoluogo con maggior popolazione residente, sostituendosi perciò anche in questo caso alla libera scelta della maggioranza dei comuni aderenti, con un’iniziativa illegittima, presa dall’alto e non dal basso, come al solito, che avrà ripercusssioni negative, devastanti.
      Laddove come nel caso delle Marche, si fonderanno in una nuova super-provincia quelle “riordinate” di Ascoli, Fermo e Macerata, con capoluogo Ascoli, per qualche migliaio di abitanti in più degli altri due, sito ai confini estremi meridionali della regione, contiguo all’Abruzzo, per cui I Fermani dovranno percorrere mediamente 80 Km ed i Maceratesi almeno 150, per raggiungerlo, quando all’evidenza la geografia pone al centro del nuovo ampio territorio, la città di Fermo, perfettamte baricentrica all’interno della nuova realtà istituzionale.
      Ed a pensare, che anche per la marcata eccenticità e distanza proprio da Ascoli, è stata creata saggiamente nel 2004, dal Legislatore del tempo, la provincia di Fermo, con tanto d’iter giuridico, ai sensi dell’art. 133 della Costituzione, nel rispetto delle norme.
      Alla faccia del risparmio, solo che al Governo non interessa, perché pagheranno i cittadini lo sconvolgimento amministrativo che ha in mente.

    • mario alimonti

      mi chiedo poi come sia possibile che dal 1 gennaio 2014 decadano, per quelle città metropolitane subentrate alle province corrispondenti, i relativi organi di governo, eletti democraticamente per un mandato che dovrebbe scadere dopo quella data….
      Com’è possibile che chi ha votato, per la provincia di Torino, per Saitta a maggio 2009 si trovi ope legis come “sindaco metropolitano” Fassino, sol perche’ sindaco di Torino?
      E poi mi chedo, il suddetto sindaco metropolitano rimane da solo a gestire la città metropolitana dal 1 gennaio 2014, fintantoche’ non sono “eletti” i consiglieri metropolitani? o questi vanno eletti prima? E quanto prima?

      Oppure vengono proprogati Saitta con relativa giunta e consiglio fino alla scadenza naturale del mandato, come sarebbe piu’ giusto e meno complicato, avendo costoro ricevuto un mandato quinquennale, salvo dimissioni, decadenze, e altri fatti previsti dal d.lgs. n. 267/2000?

      saluti
      da uno sconcertato mario

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