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    Globalizzazione e carbone: a che servono le politiche ambientali?

    Globalizzazione e carbone: a che servono le politiche ambientali?

    di Stefano Nespor. Il carbone è stato il motore dell’economia mondiale dalla rivoluzione industriale fino alla metà del secolo scorso. Tuttora il suo consumo in termini assoluti è in continuo aumento: si è passati da 3400 milioni di tonnellate nel 1988 a 6200 nel 2005. Tuttavia, il suo contributo alla produzione di energia mondiale è progressivamente calato per l’espandersi dell’uso del petrolio e del gas naturale: era il 50% nel 1962, si è ridotto al 23% nel 2000.
    Resta comunque il combustibile più utilizzato per la produzione dell’energia elettrica: 2\5 della produzione mondiale è affidata a impianti a carbone. La sua utilizzazione a questo scopo è in aumento: negli ultimi dieci anni, la produzione mondiale di energia elettrica è raddoppiata (soprattutto per effetto dello sviluppo industriale di Cina e India), e ben 2\3 dell’incremento è dovuto a centrali alimentate a carbone.
    Così il carbone, il combustibile più antico e quello che sembrava destinato a scomparire per primo, anche perché è il principale responsabile del cambiamento climatico tra i combustibili fossili (produce emissioni di gas serra circa doppie di quelle prodotte dal petrolio), sembra destinato a nuovi inaspettati trionfi, sia perché costa poco sia perché le riserve sono considerate pressoché inesauribili: il rapporto tra riserve accertate e produzione indica che ci sarà ancora carbone per i prossimi duecento anni.
    Non bisogna sorprendersi quindi se nei paesi in via di sviluppo i vantaggi del carbone in termini di disponibilità e economicità, superino gli svantaggi, in termini di inquinamento delle aree ove sono dislocate le miniere e danni globali per l’aumento del cambiamento climatico: così tra il 2001 e il 2011 il consumo di carbone è triplicato in Cina (l’energia così prodotta in Cina è maggiore di tutta l’energia prodotta dal petrolio estratto nel Medio-oriente!). Eppure, non è così.
    Il consumo di carbone è effettivamente in calo negli Stati Uniti, ma per ragioni che ben poco hanno a che vedere – come diremo fra breve – con un impegno ambientale per evitare l’aggravarsi del cambiamento climatico. Viceversa, il consumo è in consistente aumento nell’Unione europea, cioè nei paesi che da anni sono in prima fila per contenere il cambiamento del clima. Ciò che, se non altro offre un ulteriore dimostrazione del fatto che nel settore del clima ben poco avviene per effetto diretto di politiche ambientali: i maggiori vantaggi per contenere il cambiamento climatico sono infatti offerti per il verificarsi di crisi economiche (con contestuale riduzione della produzione industriale e del consumo di energia: è ciò che è accaduto nei paesi del blocco sovietico allorché esso si è dissolto) o per il vantaggio economico offerto dall’utilizzo di fonti di energia alternative (così, è stata la scoperta del petrolio nel Mare del Nord che ha provocato l’abbandono del carbone in Inghilterra negli anni Ottanta).
    E quest’ultimo è il caso anche degli Stati Uniti.
    L’irruzione sul mercato del gas proveniente da fracking in quantità enormi ha fatto sì che attualmente questo combustibile costi addirittura meno del carbone. Siccome le riserve di gas da fracking attualmente note ne garantiscono la disponibilità per vari decenni (e molti giacimenti sono ancora da individuare), molti gestori di impianti per la produzione di energia elettrica hanno abbandonato il carbone: le previsioni sono che entro il 2017 in almeno il 15% delle esistenti centrali il carbone verrà sostituito dal gas. Per i nuovi impianti il gas è poi preferito non solo per ragioni puramente economiche, ma anche perché gli impianti richiedono tempi nettamente inferiori per essere messi in funzione, i permessi sono più rapidi da ottenere e minori le regole da rispettare; soprattutto, dovrebbero entrare in vigore nuove e più restrittive regole nel quadro della politica, già da tempo promessa dall’Amministrazione Obama, per contenere il cambiamento climatico. In base a queste regole, favorite dal via libera all’estrazione del gas da fracking, gli impianti a carbone dovranno adottare tecnologie (quali la c.d. carbon capture and storage, CCS) che renderanno l’energia prodotta assai più costosa di quella ottenuta con il gas, ma più compatibile con una politica di contenimento del cambiamento climatico.
    Si sa, però, che viviamo in tempi di globalizzazione. E allora, dove va il surplus di carbone prodotto negli Stati Uniti? Semplice, va verso mercati dove il combustibile necessario deve essere importato e dove ancora il carbone costa meno di altre fonti di energia: verso la Cina e verso l’Europa. Così, le esportazioni di carbone statunitense verso questi due mercati sono in rapido aumento. In Europa l’acquisto di carbone dagli Stati Uniti è così aumentato di oltre il 30% nei soli primi sei mesi del 2012 e si parla addirittura di un ritorno all’età dell’oro per questo combustibile. Certo, l‘energia prodotta costa ben di più che quella prodotta dal gas di fracking negli Stati Uniti. Ma  è assai più a buon mercato  del gas che arriva in Europa dalla Russia o dall’Algeria (che costa il triplo del gas americano). Né ci sono concrete speranze che la situazione muti a breve termine, anche perché l’estrazione del gas da fracking è qui ancora sui blocchi di partenza sia da un punto di vista dell’arretratezza delle tecnologie disponibili sia – e soprattutto- per l’opposizione di molti gruppi ambientalisti (ma anche, ovviamente, di coloro che hanno interesse a mantenere alto il prezzo del gas). Così il paradossale risultato dell’opposizione alla ricerca e all’estrazione del gas da fracking produce il risultato di incrementare non l’uso di energie rinnovabile ma quello del peggior nemico del clima, il carbone.
    Il risultato è che uno dei maggiori vanti dell’Unione europea, e cioè la politica ambientale, e specificatamente la politica di contenimento del cambiamento climatico che dovrebbe essere un  modello per il mondo, sta scomparendo sotto cumuli di carbone.
    Non certo la politica ambientale, ma solo la recessione e la crisi economica hanno permesso infatti all’Europa nel 2009 di rispettare il proprio progetto di ridurre le emissioni di CO2 all’80% del livello del 1990 (che è la base di riferimento della Convenzione quadro per il contenimento del cambiamento climatico). Ma nel 2011 le emissioni hanno ricominciato a salire e indubbiamente l’incremento dell’uso del carbone renderà sempre più difficilmente raggiungibile il progetto.

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    Commenti (1)

    • Rionaldo Sorgenti

      Caspita, qualcuno potrebbe pensare che ci sia una vera è propria ossessione sull’argomento “cambiamenti climatici” (citati una decina di volte nell’articolo), ipoteticamente attriibuiti alle attività dell’uomo!

      Forse sarebbe utile qualche altro approfondimento ed osservazione.

      Qui di seguito alcune miei considerazioni:

      Q U O T E

      Non è tutto oro quel che luccica e, talvolta, le patacche costano care!

      E’ ormai da numerosi anni che numerose Istituzioni ed i diversi Paesi del Mondo si stanno interrogando sull’opportunità di ridurre le emissioni di GHG /Gas ad Effetto Serra) nell’atmosfera, perchè una schiera di studiosi sostengono che queste emissioni (ed in particolare quelle di CO2: biossido di carbonio) sarebbero la causa dei cambiamenti climatici in corso, tanto da definirli “antropogenici”.

      Nella realtà dei fatti, vi sono numerosi altri scienziati ed esperti nelle varie discipliche che interagiscono sull’argomento del clima, che sostengono invece, sulla base di dati sperimentali e storici:

      1) che l’anidride carbonica da combustione dei combustibili fossili costituisce solo il 3% della immissione di anidride carbonica nell’atmosfera;
      2) che non vi è alcuna prova che l’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera determini un aumento della temperatura media dell’atmosfera sul nostro pianeta, anzi, le serie storiche ricavate dall’esame dei ghiacci delle ultime glaciazioni evidenziano che l’aumento di temperatura precede di centinaia d’anni l’aumento di concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera;
      3) che anche negli ultimi decenni non vi è evidente correlazione tra l’andamento della temperatura media dell’atmosfera e l’andamento dell’anidride carbonica; anzi negli ultimi dieci anni la temperatura media dell’atmosfera terrestre è rimasta sostanzialmente costante, mentre la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera ha continuato a crescere.

      Nell’attesa che questo argomento sia meglio affrontato ed approfondito da studiosi davvero indipendenti ed esperti delle relative discipline, viste le rilevanti ed economicamente molto onerose conseguenze, che l’aderire da parte di alcuni Paesi – ed in primis da parte dell’Unione Europea – ha finora comportato ed ancor più i rilevantissimi impegni previsti negli anni a venire (uno studio della Commissione Europea del Maggio 2010 stimava che la riduzione del 20% delle emissioni di CO2 costerebbe la somma di 48 miliardi di Euro all’anno), con gli obiettivi resi addirittura cogenti con specifici trattati (es. Ue: 20-20-20) e successive previsioni, di cui alla Roadmap 2050, ci auguriamo che i grandi Paesi del mondo e le relative stesse Istituzioni internazionali (a partire dalla UN-IPCC che è alla base di tali elaborazioni teoriche) affinino sempre più i loro approfondimenti e le relative valutazioni.
      Questo per evitare che possibili sperequazioni, nominalmente giustificate da teorie altisonanti, producano enormi danni che graverebbero sulla comunità, col rischio di aver drenato enormi risorse per rincorrere obiettivi solo ipotetici o fantasiosi, mentre molti gravi problemi continuano ad assillare una consistente parte dell’umanità e rimangono in buona parte irrisolti.

      Tra gli argomenti che meritano certo attenzione vi è la considerazione che la CO2 è un gas fondamentale per la stessa vita sul Pianeta, non velenoso, ne esplosivo e che comunque non ha un effetto locale, perchè le relative emissioni si trasferiscono nella troposfera. E’ quindi opportuno che tutte le emissioni di CO2 derivanti dalle attività antropiche, siano opportunamente monitorate e conteggiate, perchè sarebbe sicuramente fallace fare la “guerra” solo ad una parte di queste: per esempio alle emissioni “post-combustione” derivanti dall’uso delle fonti fossili nei diversi e molteplici processi industriali che utilizzano i combustibili fossili per i loro processi produttivi, trascurando invece quelle che derivano dalle attività a monte (“pre-combustione”), vale a dire alle fasi di estrazione degli stessi combustibili fossili dal sottosuolo.

      Insomma, tenuto conto che, indubitabilmente, la CO2 non produce un effetto nocivo locale, ma finisce nella troposfera, è evidente che si debbano considerare tutte queste emissioni, in un approccio globale, vale a dire nel “Ciclo di Vita” della C02, qualunque sia il luogo e la fonte da cui provengono.

      Vi è infatti la convinzione – ed alcuni importanti Istituti nonchè numerosi Paesi ripetutamente lo sostengono – che sia opportuna la progressiva sostituzione (switching) dell’uso del carbone – per esempio nella produzione di elettricità – con quella del Gas Metano, perchè si considera che quest’ultimo produca – in fase di combustione – circa la metà delle emissioni di CO2 rispetto al suo concorrente diretto: il carbone, mentre il combustibile solido indubbiamente prevale quando si consideri l’aspetto economico del chilowattora prodotto.

      Ma quale è, invece, il contributo in termini di “GHG” da questi stessi combustibili quando logicamente si considerino anche le emissioni derivanti dalla fase di estrazione degli stessi dal sottosuolo? E’ peraltro noto che la CO2 – essendo un elemento naturale e derivato anche dalla disgregazione molecolare delle matrici e dei materiali che hanno dato origine ai combustibili fossili (per esempio, il carbone indubitabilmente proviene dalla lussureggiante vegetazione: enormi piante ed arbusti che ricoprivano la Terra nei lontani secoli passati) – sia naturalmente presente nel sottosuolo, insieme agli altri gas (metano, butano, propano, idrogeno solforato, protossido di azoto, ecc.) nei giacimenti dai quali estraiamo poi gli stessi combustibili così importanti per il nostro sviluppo e benessere.

      Per aiutare a fare una primaria valutazione sull’argomento, è importante una segnalazione estrapolata da un articolo/commento, pubblicato su un importante giornale: “The Wall Street Journal of Europe il 29.12.2008” fatto da un tecnico di una grande compagnia mineraria, che brevemente riportiamo: “About one-third of the world’s natural-gas reserves are mixed with high levels of carbon dioxide”.

      Ma quale sarebbe quindi questo contributo di emissioni “pre-combustione” che, inevitabilmente finiscono nella stessa troposfera (esattamente come le altre) per contribuire al tanto demonizzato “effetto serra”?

      U N Q U O T E

      Per chi fosse interessato suggerirei di andare a cercare un interessante Rapporto della Cornell Univerity – Ithaca – NY (USA) dal titolo GHG footprint from shale formation.

      Cordialità.

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