Ponte sullo Stretto di Messina: “Crollato” il progetto.
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    GIOVANNI IMPASTATO: MATTEO MESSINA DENARO? O NON LO CERCANO O E’ PROTETTO DA UNA RETE DI CONNIVENZE.

    GIOVANNI IMPASTATO: MATTEO MESSINA DENARO? O NON LO CERCANO O E’ PROTETTO DA UNA RETE DI CONNIVENZE.

    Così Giovanni Impastato racconta i suoi dubbi sulla latitanza del superboss Matteo Messina Denaro a Paper Project che lo ha incontrato e intervistato.

    “Di mio padre ho un ricordo triste ma positivo. Non lo ricordo come un mafioso ma come un padre di famiglia morto dopo aver tentato di salvare suo figlio”. Giovanni Impastato è appena rientrato da Salina, dove ha ritirato il “Premio CineMareMusica” che Massimo Cavallaro, direttore artistico del Salina Festival, ha voluto dedicare alla memoria del fratello Peppino Impastato, scrittore, politico e giornalista, ucciso dalla mafia il nove maggio del 1978. Un premio “ad un siciliano libero – dice Giovanni del fratello – che si è battuto per emancipare la Sicilia e combattere la mafia. Peppino viene ricordato per questo, il suo sacrificio è servito a portare un messaggio culturale e di impegno civile”.

    Ribaltiamo l’ordine e cominciamo da suo padre Luigi, che alla mafia era legato. E’ difficile per lei conservarne il ricordo?

    “No, non lo è. Di mio padre ho un ricordo triste ma positivo. Quando seppe che Tano Badalamenti aveva deciso la condanna di Peppino, partì subito per l’America, andò dai suoi parenti, alcuni mafiosi, perché convincessero Badalamenti a ripensarci. Come si vede anche nel film “I cento passi”, come si legge negli atti del processo, una cugina gli chiese come mai si trovasse negli Usa e lui rispose: “Prima di uccidere Peppino devono uccidere me”. Ritornò da quel viaggio con una cravatta, un regalo degli americani a Badalamenti. Era un avvertimento: “Annulla la sentenza su Peppino o rimarrai strozzato”. Badalamenti rifiutò il regalo, e da lì mio padre capì che era la fine, che la mafia americana non aveva influenza su quella siciliana, restavano solo gli affari. Con quel tentativo mio padre smise di essere mafioso, restò solo un padre di famiglia, e morì da padre. Lo ricordo così”.

    Dalla fine di luglio la casa dove ha vissuto da bambino insieme alla sua famiglia è diventata una casa museo, come voleva sua madre, Felicia, che per tutta la vita si è battuta per far emergere la verità sulla morte di suo figlio. E’ stato difficile arrivare a questo risultato?

    “All’inizio, dopo la morte di Peppino è stato molto difficile. Eravamo isolati, non avevamo alcun appoggio dalle istituzioni e ci scontravamo con una realtà dominata dalla cultura mafiosa. Ma nostra madre diceva: “Non chiudete mai la porta” di casa. Voleva che la verità e la memoria rimanessero aperte a tutti. Oggi è così, la casa museo è riconosciuta come bene tutelato dall’assessorato regionale alla Cultura. E questo significa anche un buon rapporto con la parte sana delle istituzioni. Abbiamo realizzato questo progetto insieme all’Osservatorio sulla ‘Ndrangheta di Reggio Calabria, col quale collaboriamo da tempo, vincendo un bando della “Fondazione con il Sud”. La casa è divisa metà: da una parte il museo, con la stanza, gli oggetti e i documenti di Peppino, e dall’altra l’associazione che si impegna a ricordarlo.

    Le prime indagini sulla morte di suo fratello subirono insabbiamenti e depistaggi, solo dopo qualche anno venne riconosciuta la matrice mafiosa dell’omicidio, grazie al suo impegno, a quello di sua madre e del Centro siciliano di documentazione poi intitolato a Peppino. Cosa pensa della presunta trattativa tra lo Stato e la mafia e, più in generale, dei possibili rapporti tra Cosa nostra e le istituzioni?

    E’ chiaro che si tratta di fatti inquietanti, ma sono cose che non mi stupiscono, non mi scandalizzano: le trattative tra lo Stato e la mafia ci sono sempre state, da Portella della Ginestra, che considero la prima strage di Stato, in poi. Le dico di più: io non credo che la mafia sia l’anti Stato, come si dice spesso, io credo che la mafia sia allo stesso tempo contro lo Stato e dentro lo Stato. Del resto, ce la portiamo dietro da 150 anni. Nella stessa istituzione spesso convivono grandi uomini, come lo era Falcone e come lo sono alcuni magistrati, e mafiosi. Per questo la lotta non può essere solo quella dei giudici che acchiappano i criminali. Va combattuta la cultura mafiosa, che continua ad espandersi e ad entrare nelle istituzioni come e più di prima. Oggi della cupola fa parte la borghesia, banchieri, ingegneri, imprenditori, con incarichi istituzionali.

    Molti capi storici di Cosa nostra sono stati arrestati. Ne resta uno, in particolare, ancora latitante. Matteo Messina Denaro.

    E le pare possibile che con i mezzi che ci sono un uomo possa sfuggire alla cattura, magari continuando a nascondersi in Sicilia? Non si può credere al mito del fuggitivo. Le cose sono due: o non lo cercano oppure è protetto da una rete di connivenze.

    Torniamo a lei, a Peppino e all’impegno per la sua memoria. Ha mai pensato di mollare, magari perché stanco o minacciato?

    Come dicevo, all’inizio è stata molto dura, un impegno gravoso perché non avevamo ascolto. Poi piano piano siamo cresciuti, il processo, la commissione antimafia, il nome di Peppino che diventava sempre più importante. Non ho mai pensato di fermarmi, ma di rallentare un po’ o di non fare l’eroe solitario per evitare rischi quello sì. Fermarmi non sarebbe stato giusto nei confronti di Peppino e delle persone che credono in lui. Voglio anche dire che, nonostante le difficoltà, questo impegno mi ha dato grandi soddisfazioni: il film per esempio (“I cento passi” di Marco Tullio Giordana, ndr) è stato un momento di gloria. E poi ho potuto conoscere molte persone e tante personalità stimate”.

    E a Peppino, ha mai consigliato di fermarsi, di lasciare la Sicilia?

    Sì certo. Soprattutto dopo la morte di mio padre. In quel momento abbiamo capito che i rischi per lui sarebbero aumentati. Nostro padre era mafioso. Fin quando è rimasto in vita, Badalamenti non ha toccato Peppino. Dopo le cose sono cambiate, e io ho consigliato a mio fratello di cambiare aria per un po’. Ma lui diceva: “Non ho intenzione di smettere, non voglio che si dica che combattevo solo perché ero protetto da mio padre”.

    La trattativa Stato-Mafia: “Le trattative tra lo Stato e la mafia ci sono sempre state, da Portella della Ginestra, che considero la prima strage di Stato, in poi. Le dico di più: io non credo che la mafia sia l’anti Stato, come si dice spesso, io credo che la mafia sia allo stesso tempo contro lo Stato e dentro lo Stato”.

    Mai pensato di mollare perché stanco o minacciato? “Non ho mai pensato di fermarmi, ma di rallentare un po’ o di non fare l’eroe solitario per evitare rischi quello sì. Fermarmi non sarebbe stato giusto nei confronti di Peppino e delle persone che credono in lui”.

     

    http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/peppino-impastato/787/default.aspx

    http://it.wikipedia.org/wiki/Peppino_Impastato

     

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