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Fame, produzione di cibo e disuguaglianza: il caso dell’India

Di Stefano Nespor. La vera causa della fame non è la mancanza di cibo, è la diseguaglianza. È questo il pensiero di Amartya Sen: la storia insegna che la gente muore di fame anche in presenza di sovrabbondanza di cibo al quale però non ha accesso.
Questo significa che la fame deve essere affrontata non solo producendo più cibo, ma creando tutte le condizioni economiche, materiali, politiche, di educazione, di eguaglianza e non discriminazione, di buon governo che permettono di aumentare il benessere della collettività e quindi di incrementare i mezzi economici necessari per acquisire il cibo necessario sul mercato o per coltivarlo. La fame si combatte con la giustizia sociale.
L’India attuale è la migliore dimostrazione della validità di queste considerazioni e di quanto affermava Sen.
In India ci sono attualmente, a seconda delle stime, tra 250 e 420 milioni di persone che non hanno da mangiare.
Tuttavia, non c’è scarsità ma sovrabbondanza di cibo, essendo la produzione aumentata per effetto di pratiche di coltivazione più efficienti simili a quelle pratiche negli stati europei e per l’adozione di biotecnologie idonee ad aumentare la produzione agricola.
Così, la riserva di frumento dell’India è oggi superiore a quella della Cina (dove la percentuale di poveri rispetto alla popolazione totale è assai inferiore) e consistenti quantità di prodotti agricoli sono esportate in Arabia Saudita e in Australia.
Poi, altre derrate alimentari restano poi accumulate in depositi per mesi e mesi in attesa di destinazione fino a divenire inutilizzabili. Questo perché le leggi e l’organizzazione amministrativa per distribuire cibo ai bisognosi non funzionano: sono gestite con modalità che facilitano inefficienza e corruzione, raggiungono solo una piccola parte del totale degli aventi diritto e costano somme enormi agli Stati indiani e al governo federale.
In queste settimane è in corso nel parlamento federale un intenso dibattito, cui partecipano giuristi, economisti, organizzazioni non governative e esperti di politiche agricole per riformare questo sistema.
Ma la sovrabbondanza di cibo insieme ad una inconcepibile quantità di affamati non è l’unico paradosso che vede come protagonisti i poveri in questo paese.
Infatti, dall’anno scorso l’India fa parte anche del gruppo di paesi ricchi che erogano aiuti umanitari. A questo scopo ha creato un fondo di circa due miliardi di dollari all’anno: una somma pari a quella annualmente destinata a questo scopo da paesi come l’Australia e il Belgio.
Ma l’India è anche in testa all’elenco dei paesi destinatari di aiuti. Anzi, è il paese più aiutato della storia: nei quaranta anni tra il 1951 e il 1991 ha ricevuto dai paesi ricchi più di 55 miliardi di dollari.
Può lasciare perplessi il fatto che si preferisca aiutare i poveri in casa altrui invece che in casa propria e che si continui a ricevere aiuti da una parte e ad erogarli dall’altra.
Ma questo paradosso è facilmente spiegabile. Aiutare chi ha bisogno nella comunità internazionale non ha solo connotati di generosità: è parte di più complesse operazioni politiche, di costruzione di relazioni internazionali, di suddivisione di campi di influenza, di ricerca di spazi di egemonia. Poter erogare aiuti, sotto forma di finanziamenti o di assistenza nello sviluppo, è spesso il risultato di sottili battaglie diplomatiche che poco hanno a che fare con la povertà.

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Info sul autore

avvocato in Milano direttore della Rivista giuiridica dell'ambiente direttore del settore pubblico della Rivista critica di diritto del lavoro nespor@gaslex.it

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